Colf, badanti, babysitter: per le famiglie controlli sul green pass difficili ma inevitabili

Share on facebook
Facebook
Share on twitter
Twitter
Share on linkedin
LinkedIn
Share on whatsapp
WhatsApp

Perché la normativa sull’obbligo di green pass all’interno dei luoghi di lavoro è molto difficile da applicare in contesti lavorativi diversi da quelli aziendali, come nel caso del lavoro domestico

La normativa sull’obbligo di green pass all’interno dei luoghi di lavoro è molto difficile da applicare in contesti lavorativi diversi da quelli aziendali, come nel caso del lavoro domestico. Gli strumenti e le procedure intorno a cui, inevitabilmente, è costruito il Dl 127/2021 presuppongono sempre un’organizzazione professionale: la predisposizione di un piano di controllo, la verifica quotidiana del certificato verde, la segnalazione di eventuali illeciti, il meccanismo dell’assenza ingiustificata e quello dell’eventuale sostituzione sono tutti passaggi costruiti «a misura d’azienda».

Come possono le famiglie dare applicazione a questi istituti in un contesto come quello del lavoro domestico, dove la relazione personale e l’informalità prevalgono sulle procedure e sulle formalità?

Si deve anche tenere conto del fatto che i datori di lavoro domestico hanno una possibilità molto più teorica che pratica di subire visite ispettive da parte degli organi di vigilanza. Ed è difficile ipotizzare che ci saranno indagini a tappeto nelle case, volte ad accertare la corretta applicazione del sistema di controllo sul green pass.

Di fronte a questa situazione, tuttavia, le famiglie e tutti i datori di lavoro domestico devono sfuggire dalla tentazione di alzare le spalle e, di fatto, disapplicare le norme del Dl 127/2021, ma piuttosto devono rispolverare quello strumento che, con grande pazienza, hanno già utilizzato durante tutta la pandemia per gestire le tante restrizioni e limitazioni alla libertà personale introdotte dalle autorità per contenere la diffusione del virus: il senso di responsabilità.

Concetto che, nel caso del green pass, si declina nella necessità che chiunque ospiti nella propria abitazione un lavoratore o una lavoratrice domestica abbia l’onere di chiedere, esattamente come accade al mattino in milioni di uffici, al proprio collaboratore l’esibizione del certificato verde. È lo stesso approccio di chi, nei mesi passati, ha applicato i limiti al numero massimo di persone da ospitare in casa o quelli, ancora più stringenti, derivanti dal coprifuoco.

Senso di responsabilità che deve portare le famiglie a non accontentarsi di chiedere il green pass, ma le deve stimolare a dare completa applicazione a tutti i passaggi della legge, anche quello che prevede l’assenza ingiustificata (e l’interruzione della retribuzione) per i lavoratori che ne risultino sprovvisti. Un approccio certamente difficile, soprattutto in contesti dove il lavoratore domestico ha un forte rapporto personale con il datore di lavoro, ma che risulta indispensabile, non solo sul piano civico ma anche per ragioni di natura strettamente giuridica.

La prima è che l’eventuale violazione dell’obbligo di controllare il green pass espone i datori alla sanzione amministrativa da 400 a 1.000 euro: che cosa succede se esplode un focolaio e si accerta che la colf o la badante lavoravano senza certificato?

La seconda ragione è che un approccio troppo lassista potrebbe generare anche delle responsabilità, qualora dall’omissione del controllo derivassero danni alla salute per soggetti terzi.

Senza dimenticare che le famiglie, essendo di norma datori di lavoro con meno di 15 dipendenti, potranno sospendere i lavoratori privi di green pass e sostituirli con altri, per un periodo fino a 20 giorni.

Fonte: Sole 24 Ore

Altre notizie